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“Come Soldati di Cartone Sotto la Pioggia” metafora e titolo di una verità

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Qual è stata la motivazione principale che ti ha spinto a scrivere questo libro sulla storia di tuo padre e degli internati militari italiani?

Quando sono nato, mio padre aveva 44 anni, e sono cresciuto con le parole “campo di concentramento” ogni qual volta che da bambino disdegnavo del cibo, e soprattutto con il grande valore che si dava al pane, alimento che non poteva avanzare e assolutamente non si doveva buttare, perché dai ricordi della sua esperienza, il cibo era qualcosa più prezioso dell’oro. Quindi nel mio immaginario di bambino, il campo di concentramento era solo un luogo dove si mangiava poco e male. In quinta elementare, durante una lezione, la maestra ci parlò di questi campi, inerenti alla deportazione ebraica; io sollevai una mano e dissi che anche mio padre vi era stato, ma la maestra mi smentì, perché i miei genitori non erano ebrei e nemmeno dissidenti politici. Dato che il mio genitore era un operaio e la maestra a quei tempi era una figura istituzionale portatrice di conoscenza, credetti a lei, pensando che lui millantasse qualcosa che in realtà non aveva mai vissuto. Prima però di mettere in discussione le sue parole, cercai in diverse enciclopedie testimonianze, ma non trovai nulla. Tutto cambiò, diversi anni dopo, quando conobbi un signore anziano di nome Gianni, che mi raccontò le sue esperienze di guerra e di prigionia, che erano molto somiglianti ai racconti di mio padre. Li feci incontrare, e pur non conoscendosi si abbracciarono, e notai una sorta di energia emotiva che rimise in discussione ciò che avevo pensato fino a quel momento. Da lì iniziò la mia ricerca.

Come hai raccolto le informazioni e le testimonianze necessarie per ricostruire la vita di Soccorso Buccinnà nei campi di prigionia?

Come dicevo, ho iniziato la ricerca parlando con gli anziani, e non trovando nulla sui libri di scuola, girai in molte biblioteche in cerca di possibili testi e documenti, ma anche lì niente. Trovai in libreria due libri, uno di Guareschi e l’altro di Natta. Fu un buon inizio, per la prima volte avevo notizie scritte, ma molto diverse dai racconti di mio padre o di alcuni anziani, che avevano vissuto qualcosa di molto più drammatico. Un giorno, mi trovai in facoltà a parlare di questo argomento con un docente di storia, che mi diede il titolo di un libro, scritto da una storica tedesca, Rosmarie Hammerman che aveva documentato l’intera deportazione dei nostri soldati nei vari lager. In quel libro trovai tutte le informazioni che avevo raccolto nelle varie testimonianze, comprese quelle di mio padre. La domanda che mi feci è perché non c’era niente sui testi scolastici?  

Quali emozioni hai provato nel ripercorrere la vita di tuo padre e nel raccontare le sue esperienze?

Quando chiesi a mio padre di raccontarmi tutto, mi organizzai con un registratore, perché non volevo andasse disperso nulla. Più volte fermò la narrazione e pianse, e alcune volte lo seguì anche io. Non vedevo mio padre, guardavo il ragazzo che era, un semplice contadino calabrese, privo della conoscenza del mondo oltre il suo paese e improvvisamente catapultato in una guerra che a lui non interessava, e ho cercato di immedesimarmi. Non ci sono riuscito, perché quelle sono esperienze difficili da comprendere se non le si è vissute.

In che modo pensi che la storia di tuo padre rispecchi le esperienze di altri internati militari italiani, e cosa puoi dire riguardo alla memoria collettiva di questi eventi?

Mi sono domandato il perché non c’erano informazioni sugli IMI, e facendo ricerca ho capito. Loro sono stati una vergogna per il nuovo ordine costituito dopo la guerra. Erano soldati agli ordini di una volontà fascista che voleva opprimere altre nazioni e non erano utili, bisognava ripulirsi l’immagine. Gli internati italiani in mano agli Inglesi sono rientrati un poco alla volta fino agli inizi degli anni 50, perché si dovevano riscattare da soli, lavorando nelle miniere, principalmente in scozia. Quelli prigionieri in Russia, sono tornati in pochi, la maggior parte è stata abbandonata nei gulag dove vi è morta. I numeri parlano di oltre seicentomila ragazzi di cui circa cinquantamila morti di malattia, fame, torture, fucilazioni e impiccagioni. Di loro si è iniziato a parlare solo verso la fine degli anni novanta.

Che impatto speri che il tuo libro possa avere sulle nuove generazioni e sulla comprensione della storia italiana durante la Seconda Guerra Mondiale?

La conoscenza della storia ci dovrebbe far comprendere meglio da dove arriviamo e chi siamo realmente oggi, ma credo che la scuola abbia messo in secondo piano questa materia, puntando sempre di più sulla formazione e meno sulla memoria storica. In una società ipertecnologizzata che corre velocemente, non c’è spazio per occuparsi del passato, ma questo può causare lacune nel sapere personale e ritrovare in false ideologie risposte non sempre corrette.

Hai già in mente nuovi progetti o opere future che approfondiscano ulteriormente il tema della memoria storica o delle esperienze di guerra?

La storia è il mio graal, sono sempre alla ricerca di cose che non so, e quando ne trovo, cerco di costruire una storia per condividerla con altri. Attualmente sono concentrato sulla ricerca di materiale, riguardante l’esperienza italiana in Etiopia.

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