Recensione del romanzo Come soldati di Cartone Sotto la pioggia
Ho chiuso l’ultima pagina con le mani che mi tremavano un po’. Non per effetto letterario, ma per quel peso specifico che certe storie lasciano appiccicate, come fango che non si stacca più dalle suole. Pietro Buccinnà non ha inventato un romanzo, ha semplicemente aperto un cassetto chiuso a chiave da ottant’anni e ha lasciato che la voce di suo padre parlasse. E quando quella voce ti prende, non ti molla più. Il ritmo di questa narrazione è una cosa strana, perché si muove a passi trascinati, misura il tempo in attese, in freddo che entra nelle ossa, in ore che si allungano fino a diventare un’unica, lunghissima fatica costringendoti a respirare allo stesso modo dei protagonisti. È una lentezza voluta, o forse è solo la verità nuda e cruda di chi ha vissuto la prigionia, nel solo tentativo di restare in piedi un giorno in più. Quando l’azione irrompe – una fuga nel buio, un’esplosione che ti scaraventa a terra, un plotone che si alza all’orizzonte – ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso, proprio perché sei stato costretto a condividere la stasi, la noia che corrode, la rassegnazione che mangia l’anima prima del corpo. C’è un momento, verso la metà del libro, in cui il protagonista è costretto a gattonare sulla ghiaia sotto gli occhi di tutti. La prosa si fa secca, i verbi si accorciano, il respiro si blocca. Tu leggi e senti il ginocchio che ti sanguina. Non è tecnica, è empatia forzata. La scrittura, a volte volutamente scarna, funziona alla perfezione. Un ragazzo di campagna, strappato alla sua terra a vent’anni, gettato in un conflitto che non ha chiesto e ridotto a un numero di matricola, non avrebbe mai usato un italiano levigato da salotto. Buccinnà (o meglio, la voce del padre che traspare in ogni riga) parla per sensazioni concrete come il sapore della segatura mischiata alla farina, il ghiaccio che ti entra nei polmoni, la vergogna sorda di non poter reagire quando la gente ti lancia sassi senza motivo. È una prosa in cui ascolti un uomo che racconta, non uno scrittore che compone. E in un’epoca in cui tutto viene lucidato, levigato e impacchettato per essere venduto, questa ruvidezza è un atto di coraggio. La trama non è un arco narrativo classico. Non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da festeggiare, non c’è un eroe che torna a casa con le medaglie. C’è solo un uomo che cerca di non scomparire. Quello che mi ha colpito di più non è la fame o le botte – storie che, purtroppo, abbiamo già sentito – è l’abbandono. L’Italia che ti spedisce al fronte, ti lascia senza ordini chiari, ti chiama disertore se cerchi di salvarti la pelle, e poi, quando finalmente torni, ti chiede di fare finta di niente. Il rientro a casa è la parte più straziante del libro: senza un abbraccio liberatorio, c’è solo l’imbarazzo di chi non sa dove metterti, la diffidenza di chi ha combattuto in modo “diverso”, il silenzio di una nazione che ha preferito seppellire i suoi fanti di cartone sotto il mito della Resistenza e della ricostruzione. È una ferita che il libro non cerca di cicatrizzare, ma di tenere aperta, mostrandoti quanto sia costata, in termini umani, la nostra rimozione collettiva. Leggendo, mi sono ritrovato più volte a fissare il vuoto, a chiedermi quante altre voci così siano morte in silenzio, quante storie siano finite nel cassetto di un figlio che, come l’autore, ha sentito il dovere morale di raccogliere il testimone prima che fosse troppo tardi. Non è un libro da leggere di fretta. Non è fatto per le classifiche o per le citazioni da social. È fatto per restare lì, sul comodino, a ricordarti che la storia non la scrivono solo i discorsi in piazza e le date sui manuali, ma i ragazzi che hanno camminato sotto la pioggia, con le scarpe tenute insieme dallo spago, cercando solo di non morire di fame e di vergogna. Quando l’ho posato, ho sentito il bisogno di uscire, di respirare aria vera. E di ricordarmi che certe cose, una volta lette, non si cancellano più. Ti cambiano il modo di guardare la strada, il modo di ascoltare il silenzio, il modo di ricordare chi siamo stati, e chi abbiamo deciso di dimenticare
Luigi De Cristofari
Luigi De Cristofari
Recensione: Ho chiuso l’ultima pagina con le mani che mi tremavano un po’. Non per effetto letterario, ma per quel peso specifico che certe storie lasciano appiccicate, come fango che non si stacca più dalle suole. Pietro Buccinnà non ha inventato un romanzo, ha semplicemente aperto un cassetto chiuso a chiave da ottant’anni e ha lasciato che la voce di suo padre parlasse. E quando quella voce ti prende, non ti molla più. Il ritmo di questa narrazione è una cosa strana, perché si muove a passi trascinati, misura il tempo in attese, in freddo che entra nelle ossa, in ore che si allungano fino a diventare un’unica, lunghissima fatica costringendoti a respirare allo stesso modo dei protagonisti. È una lentezza voluta, o forse è solo la verità nuda e cruda di chi ha vissuto la prigionia, nel solo tentativo di restare in piedi un giorno in più. Quando l’azione irrompe – una fuga nel buio, un’esplosione che ti scaraventa a terra, un plotone che si alza all’orizzonte – ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso, proprio perché sei stato costretto a condividere la stasi, la noia che corrode, la rassegnazione che mangia l’anima prima del corpo. C’è un momento, verso la metà del libro, in cui il protagonista è costretto a gattonare sulla ghiaia sotto gli occhi di tutti. La prosa si fa secca, i verbi si accorciano, il respiro si blocca. Tu leggi e senti il ginocchio che ti sanguina. Non è tecnica, è empatia forzata. La scrittura, a volte volutamente scarna, funziona alla perfezione. Un ragazzo di campagna, strappato alla sua terra a vent’anni, gettato in un conflitto che non ha chiesto e ridotto a un numero di matricola, non avrebbe mai usato un italiano levigato da salotto. Buccinnà (o meglio, la voce del padre che traspare in ogni riga) parla per sensazioni concrete come il sapore della segatura mischiata alla farina, il ghiaccio che ti entra nei polmoni, la vergogna sorda di non poter reagire quando la gente ti lancia sassi senza motivo. È una prosa in cui ascolti un uomo che racconta, non uno scrittore che compone. E in un’epoca in cui tutto viene lucidato, levigato e impacchettato per essere venduto, questa ruvidezza è un atto di coraggio. La trama non è un arco narrativo classico. Non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da festeggiare, non c’è un eroe che torna a casa con le medaglie. C’è solo un uomo che cerca di non scomparire. Quello che mi ha colpito di più non è la fame o le botte – storie che, purtroppo, abbiamo già sentito – è l’abbandono. L’Italia che ti spedisce al fronte, ti lascia senza ordini chiari, ti chiama disertore se cerchi di salvarti la pelle, e poi, quando finalmente torni, ti chiede di fare finta di niente. Il rientro a casa è la parte più straziante del libro: senza un abbraccio liberatorio, c’è solo l’imbarazzo di chi non sa dove metterti, la diffidenza di chi ha combattuto in modo “diverso”, il silenzio di una nazione che ha preferito seppellire i suoi fanti di cartone sotto il mito della Resistenza e della ricostruzione. È una ferita che il libro non cerca di cicatrizzare, ma di tenere aperta, mostrandoti quanto sia costata, in termini umani, la nostra rimozione collettiva. Leggendo, mi sono ritrovato più volte a fissare il vuoto, a chiedermi quante altre voci così siano morte in silenzio, quante storie siano finite nel cassetto di un figlio che, come l’autore, ha sentito il dovere morale di raccogliere il testimone prima che fosse troppo tardi. Non è un libro da leggere di fretta. Non è faRecensione: Ho chiuso l’ultima pagina con le mani che mi tremavano un po’. Non per effetto letterario, ma per quel peso specifico che certe storie lasciano appiccicate, come fango che non si stacca più dalle suole. Pietro Buccinnà non ha inventato un romanzo, ha semplicemente aperto un cassetto chiuso a chiave da ottant’anni e ha lasciato che la voce di suo padre parlasse. E quando quella voce ti prende, non ti molla più. Il ritmo di questa narrazione è una cosa strana, perché si muove a passi trascinati, misura il tempo in attese, in freddo che entra nelle ossa, in ore che si allungano fino a diventare un’unica, lunghissima fatica costringendoti a respirare allo stesso modo dei protagonisti. È una lentezza voluta, o forse è solo la verità nuda e cruda di chi ha vissuto la prigionia, nel solo tentativo di restare in piedi un giorno in più. Quando l’azione irrompe – una fuga nel buio, un’esplosione che ti scaraventa a terra, un plotone che si alza all’orizzonte – ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso, proprio perché sei stato costretto a condividere la stasi, la noia che corrode, la rassegnazione che mangia l’anima prima del corpo. C’è un momento, verso la metà del libro, in cui il protagonista è costretto a gattonare sulla ghiaia sotto gli occhi di tutti. La prosa si fa secca, i verbi si accorciano, il respiro si blocca. Tu leggi e senti il ginocchio che ti sanguina. Non è tecnica, è empatia forzata. La scrittura, a volte volutamente scarna, funziona alla perfezione. Un ragazzo di campagna, strappato alla sua terra a vent’anni, gettato in un conflitto che non ha chiesto e ridotto a un numero di matricola, non avrebbe mai usato un italiano levigato da salotto. Buccinnà (o meglio, la voce del padre che traspare in ogni riga) parla per sensazioni concrete come il sapore della segatura mischiata alla farina, il ghiaccio che ti entra nei polmoni, la vergogna sorda di non poter reagire quando la gente ti lancia sassi senza motivo. È una prosa in cui ascolti un uomo che racconta, non uno scrittore che compone. E in un’epoca in cui tutto viene lucidato, levigato e impacchettato per essere venduto, questa ruvidezza è un atto di coraggio. La trama non è un arco narrativo classico. Non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da festeggiare, non c’è un eroe che torna a casa con le medaglie. C’è solo un uomo che cerca di non scomparire. Quello che mi ha colpito di più non è la fame o le botte – storie che, purtroppo, abbiamo già sentito – è l’abbandono. L’Italia che ti spedisce al fronte, ti lascia senza ordini chiari, ti chiama disertore se cerchi di salvarti la pelle, e poi, quando finalmente torni, ti chiede di fare finta di niente. Il rientro a casa è la parte più straziante del libro: senza un abbraccio liberatorio, c’è solo l’imbarazzo di chi non sa dove metterti, la diffidenza di chi ha combattuto in modo “diverso”, il silenzio di una nazione che ha preferito seppellire i suoi fanti di cartone sotto il mito della Resistenza e della ricostruzione. È una ferita che il libro non cerca di cicatrizzare, ma di tenere aperta, mostrandoti quanto sia costata, in termini umani, la nostra rimozione collettiva. Leggendo, mi sono ritrovato più volte a fissare il vuoto, a chiedermi quante altre voci così siano morte in silenzio, quante storie siano finite nel cassetto di un figlio che, come l’autore, ha sentito il dovere morale di raccogliere il testimone prima che fosse troppo tardi. Non è un libro da leggere di fretta. Non è fatto per le classifiche o per le citazioni da social. È fatto per restare lì, sul comodino, a ricoRecensione: Ho chiuso l’ultima pagina con le mani che mi tremavano un po’. Non per effetto letterario, ma per quel peso specifico che certe storie lasciano appiccicate, come fango che non si stacca più dalle suole. Pietro Buccinnà non ha inventato un romanzo, ha semplicemente aperto un cassetto chiuso a chiave da ottant’anni e ha lasciato che la voce di suo padre parlasse. E quando quella voce ti prende, non ti molla più. Il ritmo di questa narrazione è una cosa strana, perché si muove a passi trascinati, misura il tempo in attese, in freddo che entra nelle ossa, in ore che si allungano fino a diventare un’unica, lunghissima fatica costringendoti a respirare allo stesso modo dei protagonisti. È una lentezza voluta, o forse è solo la verità nuda e cruda di chi ha vissuto la prigionia, nel solo tentativo di restare in piedi un giorno in più. Quando l’azione irrompe – una fuga nel buio, un’esplosione che ti scaraventa a terra, un plotone che si alza all’orizzonte – ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso, proprio perché sei stato costretto a condividere la stasi, la noia che corrode, la rassegnazione che mangia l’anima prima del corpo. C’è un momento, verso la metà del libro, in cui il protagonista è costretto a gattonare sulla ghiaia sotto gli occhi di tutti. La prosa si fa secca, i verbi si accorciano, il respiro si blocca. Tu leggi e senti il ginocchio che ti sanguina. Non è tecnica, è empatia forzata. La scrittura, a volte volutamente scarna, funziona alla perfezione. Un ragazzo di campagna, strappato alla sua terra a vent’anni, gettato in un conflitto che non ha chiesto e ridotto a un numero di matricola, non avrebbe mai usato un italiano levigato da salotto. Buccinnà (o meglio, la voce del padre che traspare in ogni riga) parla per sensazioni concrete come il sapore della segatura mischiata alla farina, il ghiaccio che ti entra nei polmoni, la vergogna sorda di non poter reagire quando la gente ti lancia sassi senza motivo. È una prosa in cui ascolti un uomo che racconta, non uno scrittore che compone. E in un’epoca in cui tutto viene lucidato, levigato e impacchettato per essere venduto, questa ruvidezza è un atto di coraggio. La trama non è un arco narrativo classico. Non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da festeggiare, non c’è un eroe che torna a casa con le medaglie. C’è solo un uomo che cerca di non scomparire. Quello che mi ha colpito di più non è la fame o le botte – storie che, purtroppo, abbiamo già sentito – è l’abbandono. L’Italia che ti spedisce al fronte, ti lascia senza ordini chiari, ti chiama disertore se cerchi di salvarti la pelle, e poi, quando finalmente torni, ti chiede di fare finta di niente. Il rientro a casa è la parte più straziante del libro: senza un abbraccio liberatorio, c’è solo l’imbarazzo di chi non sa dove metterti, la diffidenza di chi ha combattuto in modo “diverso”, il silenzio di una nazione che ha preferito seppellire i suoi fanti di cartone sotto il mito della Resistenza e della ricostruzione. È una ferita che il libro non cerca di cicatrizzare, ma di tenere aperta, mostrandoti quanto sia costata, in termini umani, la nostra rimozione collettiva. Leggendo, mi sono ritrovato più volte a fissare il vuoto, a chiedermi quante altre voci così siano morte in silenzio, quante storie siano finite nel cassetto di un figlio che, come l’autore, ha sentito il dovere morale di raccogliere il testimone prima che fosse troppo tardi. Non è un libro da leggere di fretta. Non è fatto per le classifiche o per le citazioni da social. È fatto per restare lì, sul comodino, a ricordarti che la storia non la scrivono solo i discorsi in piazza e le date sui manuali, ma i ragazzi che hanno camminato sotto la pioggia, con le scarpe tenute insieme dallo spago, cercando solo di non morire di fame e di vergogna. Quando l’ho posato, ho sentito il bisogno di uscire, di respirare aria vera. E di ricordarmi che certe cose, una volta lette, non si cancellano più. Ti cambiano il modo di guardare la strada, il modo di ascoltare il silenzio, il modo di ricordare chi siamo stati, e chi abbiamo deciso di dimenticare
Luigi De Cristofarirdarti che la storia non la scrivono solo i discorsi in piazza e le date sui manuali, ma i ragazzi che hanno camminato sotto la pioggia, con le scarpe tenute insieme dallo spago, cercando solo di non morire di fame e di veRecensione: Ho chiuso l’ultima pagina con le mani che mi tremavano un po’. Non per effetto letterario, ma per quel peso specifico che certe storie lasciano appiccicate, come fango che non si stacca più dalle suole. Pietro Buccinnà non ha inventato un romanzo, ha semplicemente aperto un cassetto chiuso a chiave da ottant’anni e ha lasciato che la voce di suo padre parlasse. E quando quella voce ti prende, non ti molla più. Il ritmo di questa narrazione è una cosa strana, perché si muove a passi trascinati, misura il tempo in attese, in freddo che entra nelle ossa, in ore che si allungano fino a diventare un’unica, lunghissima fatica costringendoti a respirare allo stesso modo dei protagonisti. È una lentezza voluta, o forse è solo la verità nuda e cruda di chi ha vissuto la prigionia, nel solo tentativo di restare in piedi un giorno in più. Quando l’azione irrompe – una fuga nel buio, un’esplosione che ti scaraventa a terra, un plotone che si alza all’orizzonte – ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso, proprio perché sei stato costretto a condividere la stasi, la noia che corrode, la rassegnazione che mangia l’anima prima del corpo. C’è un momento, verso la metà del libro, in cui il protagonista è costretto a gattonare sulla ghiaia sotto gli occhi di tutti. La prosa si fa secca, i verbi si accorciano, il respiro si blocca. Tu leggi e senti il ginocchio che ti sanguina. Non è tecnica, è empatia forzata. La scrittura, a volte volutamente scarna, funziona alla perfezione. Un ragazzo di campagna, strappato alla sua terra a vent’anni, gettato in un conflitto che non ha chiesto e ridotto a un numero di matricola, non avrebbe mai usato un italiano levigato da salotto. Buccinnà (o meglio, la voce del padre che traspare in ogni riga) parla per sensazioni concrete come il sapore della segatura mischiata alla farina, il ghiaccio che ti entra nei polmoni, la vergogna sorda di non poter reagire quando la gente ti lancia sassi senza motivo. È una prosa in cui ascolti un uomo che racconta, non uno scrittore che compone. E in un’epoca in cui tutto viene lucidato, levigato e impacchettato per essere venduto, questa ruvidezza è un atto di coraggio. La trama non è un arco narrativo classico. Non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da festeggiare, non c’è un eroe che torna a casa con le medaglie. C’è solo un uomo che cerca di non scomparire. Quello che mi ha colpito di più non è la fame o le botte – storie che, purtroppo, abbiamo già sentito – è l’abbandono. L’Italia che ti spedisce al fronte, ti lascia senza ordini chiari, ti chiama disertore se cerchi di salvarti la pelle, e poi, quando finalmente torni, ti chiede di fare finta di niente. Il rientro a casa è la parte più straziante del libro: senza un abbraccio liberatorio, c’è solo l’imbarazzo di chi non sa dove metterti, la diffidenza di chi ha combattuto in modo “diverso”, il silenzio di una nazione che ha preferito seppellire i suoi fanti di cartone sotto il mito della Resistenza e della ricostruzione. È una ferita che il libro non cerca di cicatrizzare, ma di tenere aperta, mostrandoti quanto sia costata, in termini umani, la nostra rimozione collettiva. Leggendo, mi sono ritrovato più volte a fissare il vuoto, a chiedermi quante altre voci così siano morte in silenzio, quante storie siano finite nel cassetto di un figlio che, come l’autore, ha sentRecensione: Ho chiuso l’ultima pagina con le mani che mi tremavano un po’. Non per effetto letterario, ma per quel peso specifico che certe storie lasciano appiccicate, come fango che non si stacca più dalle suole. Pietro Buccinnà non ha inventato un romanzo, ha semplicemente aperto un cassetto chiuso a chiave da ottant’anni e ha lasciato che la voce di suo padre parlasse. E quando quella voce ti prende, non ti molla più. Il ritmo di questa narrazione è una cosa strana, perché si muove a passi trascinati, misura il tempo in attese, in freddo che entra nelle ossa, in ore che si allungano fino a diventare un’unica, lunghissima fatica costringendoti a respirare allo stesso modo dei protagonisti. È una lentezza voluta, o forse è solo la verità nuda e cruda di chi ha vissuto la prigionia, nel solo tentativo di restare in piedi un giorno in più. Quando l’azione irrompe – una fuga nel buio, un’esplosione che ti scaraventa a terra, un plotone che si alza all’orizzonte – ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso, proprio perché sei stato costretto a condividere la stasi, la noia che corrode, la rassegnazione che mangia l’anima prima del corpo. C’è un momento, verso la metà del libro, in cui il protagonista è costretto a gattonare sulla ghiaia sotto gli occhi di tutti. La prosa si fa secca, i verbi si accorciano, il respiro si blocca. Tu leggi e senti il ginocchio che ti sanguina. Non è tecnica, è empatia forzata. La scrittura, a volte volutamente scarna, funziona alla perfezione. Un ragazzo di campagna, strappato alla sua terra a vent’anni, gettato in un conflitto che non ha chiesto e ridotto a un numero di matricola, non avrebbe mai usato un italiano levigato da salotto. Buccinnà (o meglio, la voce del padre che traspare in ogni riga) parla per sensazioni concrete come il sapore della segatura mischiata alla farina, il ghiaccio che ti entra nei polmoni, la vergogna sorda di non poter reagire quando la gente ti lancia sassi senza motivo. È una prosa in cui ascolti un uomo che racconta, non uno scrittore che compone. E in un’epoca in cui tutto viene lucidato, levigato e impacchettato per essere venduto, questa ruvidezza è un atto di coraggio. La trama non è un arco narrativo classico. Non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da festeggiare, non c’è un eroe che torna a casa con le medaglie. C’è solo un uomo che cerca di non scomparire. Quello che mi ha colpito di più non è la fame o le botte – storie che, purtroppo, abbiamo già sentito – è l’abbandono. L’Italia che ti spedisce al fronte, ti lascia senza ordini chiari, ti chiama disertore se cerchi di salvarti la pelle, e poi, quando finalmente torni, ti chiede di fare finta di niente. Il rientro a casa è la parte più straziante del libro: senza un abbraccio liberatorio, c’è solo l’imbarazzo di chi non sa dove metterti, la diffidenza di chi ha combattuto in modo “diverso”, il silenzio di una nazione che ha preferito seppellire i suoi fanti di cartone sotto il mito della Resistenza e della ricostruzione. È una ferita che il libro non cerca di cicatrizzare, ma di tenere aperta, mostrandoti quanto sia costata, in termini umani, la nostra rimozione collettiva. Leggendo, mi sono ritrovato più volte a fissare il vuoto, a chiedermi quante altre voci così siano morte in silenzio, quante storie siano finite nel cassetto di un figlio che, come l’autore, ha sentito il dovere morale di raccogliere il testimone prima che fosse troppo tardi. Non è un libro da leggere di fretta. Non è fatto per le classifiche o per le citazioni da social. È fatto per restare lì, sul comodino, a ricordarti che la storia non la scrivono solo i discorsi in piazza e le date sui manuali, ma i ragazzi che hanno camminato sotto la pioggia, con le scarpe tenute insieme dallo spago, cercando solo di non morire di fame e di vergogna. Quando l’ho posato, ho sentito il bisogno di uscire, di respirare aria vera. E di ricordarmi che certe cose, una volta lette, non si cancellano più. Ti cambiano il modo di guardare la strada, il modo di ascoltare il silenzio, il modo di ricordare chi siamo stati, e chi abbiamo deciso di dimenticare
Luigi De Cristofariito il dovere morale di raccogliere il testimone prima che fosse troppo tardi. Non è un libro da leggere di fretta. Non è fatto per le classifiche o per le citazioni da social. È fatto per restare lì, sul comodino, a ricordarti che la storia non la scrivono solo i discorsi in piazza e le date sui manuali, ma i ragazzi che hanno camminato sotto la pioggia, con le scarpe tenute insieme dallo spago, cercando solo di non morire di fame e di vergogna. Quando l’ho posato, ho sentito il bisogno di uscire, di respirare aria vera. E di ricordarmi che certe cose, una volta lette, non si cancellano più. Ti cambiano il modo di guardare la strada, il modo di ascoltare il silenzio, il modo di ricordare chi siamo stati, e chi abbiamo deciso di dimenticare
Luigi De Cristofarirgogna. Quando l’ho posato, ho sentito il bisogno di uscire, di respirare aria vera. E di ricordarmi che certe cose, una volta lette, non si cancellano più. Ti cambiano il modo di guardare la strada, il modo di ascoltare il silenzio, il modo di ricordare chi siamo stati, e chi abbiamo deciso di dimenticare
Luigi De Cristofaritto per le classifiche o per le citazioni da social. È fatto per restare lì, sul comodino, a ricordarti che la storia non la scrivono solo i discorsi in piazza e le date sui manuali, ma i ragazzi che hanno camminato sotto la pioggia, con le scarpe tenute insieme dallo spago, cercando solo di non morire di fame e di vergogna. Quando l’ho posato, ho sentito il bisogno di uscire, di respirare aria vera. E di ricordarmi che certe cose, una volta lette, non si cancellano più. Ti cambiano il modo di guardare la strada, il modo di ascoltare il silenzio, il modo di ricordare chi siamo stati, e chi abbiamo deciso di dimenticare
Luigi De Cristofari